La biografia di Salgari raccontata
in un fumetto "d'autore"
La copertina del libro «Sweet Salgari»
STEFANO PRIARONE
I grandi narratori di storie vivono in mondi diversi. Nel mondo «normale» possono avere problemi di debiti, essere sfruttati da editori senza scrupoli, poco considerati dalle compagne. Ma nei mondi che creano, tutto è differente: ci sono eroici corsari, intrepidi pirati malesi che lottano contro il potere coloniale inglese, arditi avventurieri indiani. È il caso di Emilio Salgari, il grande scrittore avventuroso italiano (generazioni di giovani sono cresciuti leggendo i suoi libri), nato nel veronese e morto suicida a Torino, il 25 aprile 1911, pieno di debiti e vessato, appunto, dagli editori (doveva scrivere tre pagine al giorno, tutti i giorni, per contratto).
Sweet Salgari (Coconino Press, 156 pagine 17,50 euro), bellissimo graphic novel di Paolo Bacilieri è qualcosa di più di una biografia a fumetti del più grande narratore avventuroso italiano. È un omaggio alla capacità di sognare, anche se la realtà è difficile. Bacilieri utilizza pagine salgariane come didascalie di immagini dei luoghi nei quali Salgari è vissuto (Torino, Verona, Genova): il Po ad esempio diventa il Gange, Piazza San Carlo una ricca regione indiana, gli slums torinesi gli isolotti noti come sunderbunds.
Vediamo Salgari al museo Egizio (nato solo nel 1824 ma arricchitosi di moltissimi reperti pochi anni prima a fine Ottocento) mentre contempla la mummia della regina Hatshepshut.
Compare anche la «Stampa»: nel 1908 la moglie gli cita un articolo del giornale su Rudyard Kipling che ha appena vinto il Nobel per la Letteratura dicendogli: «Ha la tua età, ti somiglia pure, ma è cento volte meglio di te! Lui l’India l’ha vista veramente, ci è nato, addirittura!», rimarca il fatto che il marito non sia stato un vero viaggiatore, che abbia descritto posti esotici basandosi solo sui libri.
Alla morte, i ragazzi di Torino che hanno gli stessi cognomi di «Cuore», in una citazione del classico di Edmondo De Amicis, altro libro che ha fatto gli italiani come quelli di Salgari, «marinano» (come si diceva allora) per rendere l’estremo omaggio alla salma di un narratore che li ha fatti sognare. Si sprecano le donazioni fatte alla famiglia, come capita spesso chi è dimenticato in vita diventa un (innocuo) simbolo da morto. E il dramma di Salgari è quello di un Paese che non ama i suo veri Grandi, invidioso del talento e del genio.
Autore che spazia agevolmente fra fumetto cosiddetto «seriale» e cosiddetto «d’autore» (mostrando l’artificiosità di certe definizioni) Bacilieri dedica il volume a Sergio Bonelli, il grande editore-sceneggiatore di fumetti scomparso lo scorso anno. E non solo per omaggiare un personaggio eccezionale, ma anche perché il fumetto seriale italiano è stato fortemente influenzato da Salgari: salgariani erano Sergio Bonelli e il padre Gianluigi (creatore di Tex) e lo stesso Sergio non solo aveva fatto affrontare da Zagor (suo celebre personaggio) i feroci Thugs ma in una storia di Tex da lui scritta aveva messo il ranger a confronto con il nipote di Lord Brooke, il rajah bianco di Sarawak acerrimo nemico di Sandokan.
Del resto, i nati fino agli anni Sessanta sono tutti cresciuti leggendo i suoi libri (e i nati nei Settanta hanno almeno visto in televisione le repliche del Sandokan con Kabir Bedi e il suo deplorevole sequel negli anni Novanta). Salgari è la testimonianza che un’altra letteratura italiana è possibile, lontana dal dramma borghese che tanto piace a certi critici.
Sweet Salgari (Coconino Press, 156 pagine 17,50 euro), bellissimo graphic novel di Paolo Bacilieri è qualcosa di più di una biografia a fumetti del più grande narratore avventuroso italiano. È un omaggio alla capacità di sognare, anche se la realtà è difficile. Bacilieri utilizza pagine salgariane come didascalie di immagini dei luoghi nei quali Salgari è vissuto (Torino, Verona, Genova): il Po ad esempio diventa il Gange, Piazza San Carlo una ricca regione indiana, gli slums torinesi gli isolotti noti come sunderbunds.
Vediamo Salgari al museo Egizio (nato solo nel 1824 ma arricchitosi di moltissimi reperti pochi anni prima a fine Ottocento) mentre contempla la mummia della regina Hatshepshut.
Compare anche la «Stampa»: nel 1908 la moglie gli cita un articolo del giornale su Rudyard Kipling che ha appena vinto il Nobel per la Letteratura dicendogli: «Ha la tua età, ti somiglia pure, ma è cento volte meglio di te! Lui l’India l’ha vista veramente, ci è nato, addirittura!», rimarca il fatto che il marito non sia stato un vero viaggiatore, che abbia descritto posti esotici basandosi solo sui libri.
Alla morte, i ragazzi di Torino che hanno gli stessi cognomi di «Cuore», in una citazione del classico di Edmondo De Amicis, altro libro che ha fatto gli italiani come quelli di Salgari, «marinano» (come si diceva allora) per rendere l’estremo omaggio alla salma di un narratore che li ha fatti sognare. Si sprecano le donazioni fatte alla famiglia, come capita spesso chi è dimenticato in vita diventa un (innocuo) simbolo da morto. E il dramma di Salgari è quello di un Paese che non ama i suo veri Grandi, invidioso del talento e del genio.
Autore che spazia agevolmente fra fumetto cosiddetto «seriale» e cosiddetto «d’autore» (mostrando l’artificiosità di certe definizioni) Bacilieri dedica il volume a Sergio Bonelli, il grande editore-sceneggiatore di fumetti scomparso lo scorso anno. E non solo per omaggiare un personaggio eccezionale, ma anche perché il fumetto seriale italiano è stato fortemente influenzato da Salgari: salgariani erano Sergio Bonelli e il padre Gianluigi (creatore di Tex) e lo stesso Sergio non solo aveva fatto affrontare da Zagor (suo celebre personaggio) i feroci Thugs ma in una storia di Tex da lui scritta aveva messo il ranger a confronto con il nipote di Lord Brooke, il rajah bianco di Sarawak acerrimo nemico di Sandokan.
Del resto, i nati fino agli anni Sessanta sono tutti cresciuti leggendo i suoi libri (e i nati nei Settanta hanno almeno visto in televisione le repliche del Sandokan con Kabir Bedi e il suo deplorevole sequel negli anni Novanta). Salgari è la testimonianza che un’altra letteratura italiana è possibile, lontana dal dramma borghese che tanto piace a certi critici.
Tratto da LA STAMPA DEL 25.03.2012
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