sabato 12 maggio 2012

Per turlupinare serve il dizionario

I giovani lettori di Topolino fanno sempre più fatica a capire i testi

Gian Luigi Beccaria
Mi è capitato ancora l'altro giorno di trovare registrati in un dizionario dialettale dei «fossili» di area lombarda come barlitón, preso dalla Puglia, o meglio da Barletta, per indicare un vinaccio, un vino pesante e molto alcolico, che negli Anni Venti-Trenta si beveva nei circoli milanesi; oppure, sempre a proposito di vini pugliesi da taglio, una voce come intraná, per indicare l'ubriaco, presa da Trani, tant'è che a Milano, nei primi del Novecento chiamavano Trani le osterie con spaccio di vino corposo ma di poco pregio; e scorrendo ancora la lettera «i» (un dizionario lo si legge davvero come un romanzo) ho visto citato tra gli altri un verbo curioso come incalviní, «incalvinirsi» alla lettera, cioè «incattivire, inasprire», perché c'entra Giovanni Calvino col suo accanimento antipapista…

Queste parole sono scomparse, nessuno le usa più, e ci spiace di tanta morìa non tanto per nostalgia di passato, ma perché dentro ad esse vi si leggono storie concrete del passato o la Storia con la S maiuscola. Ma poi mi convinco subito che non ci si deve dannar l'anima per le parole di qualche isola dialettale morte e stramorte. È molto meglio pensare alla salvezza di quelle della nostra lingua nazionale che stanno scomparendo dalla competenza delle nuove generazioni.

Ho letto con stupore il bell'articolo di Stefano Rizzato apparso su La Stampa due giovedì fa sui fumetti di Topolino. Pare che i giovani lettori non li capiscano completamente. Ci vorrà il pronto soccorso di un «topo-dizionario» per capire verbi spesso usati dal piccolo topo, come «turlupinare», «corroborare», «lucrare», un sostantivo come «darsena», aggettivi come «erudito», «diafano», «esoso», «retrogrado», «intabarrato», tutte belle parole del nostro grande mare comunicativo, rinsecchito e ogni giorno più povero.

Queste parole non le conoscono anche perché non leggono più i nostri romanzi dell'Ottocento, si nutrono piuttosto di traduzioni di classici stranieri tradotti in un linguaggio meno ricercato e ricco. E ci sono tanti altri motivi. Ad esempio, di molte parole è venuto a mancare il supporto che per la mia generazione erano le lingue classiche. Si studiavano a scuola, e ci servivano per guardare dentro ai vocaboli. Il latino iners «incapace di ars, di abilità» ci aiutava a capire l'italiano «inerte».
E riuscivamo a renderci meglio conto delle componenti di un vocabolo, diciamo del senso etimologico della parola. Non c'è dubbio che il tedesco Ausdrück, lo spagnolo expresión, sono esattamente lo «spremere fuori», così come il tedesco Eindrück è l'«impressione». Smontare le componenti aiuta sempre a usare una parola in modo esatto, profondo, e a farla propria, a non dimenticarla.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 12 maggio)