sabato 12 maggio 2012

Per turlupinare serve il dizionario

I giovani lettori di Topolino fanno sempre più fatica a capire i testi

Gian Luigi Beccaria
Mi è capitato ancora l'altro giorno di trovare registrati in un dizionario dialettale dei «fossili» di area lombarda come barlitón, preso dalla Puglia, o meglio da Barletta, per indicare un vinaccio, un vino pesante e molto alcolico, che negli Anni Venti-Trenta si beveva nei circoli milanesi; oppure, sempre a proposito di vini pugliesi da taglio, una voce come intraná, per indicare l'ubriaco, presa da Trani, tant'è che a Milano, nei primi del Novecento chiamavano Trani le osterie con spaccio di vino corposo ma di poco pregio; e scorrendo ancora la lettera «i» (un dizionario lo si legge davvero come un romanzo) ho visto citato tra gli altri un verbo curioso come incalviní, «incalvinirsi» alla lettera, cioè «incattivire, inasprire», perché c'entra Giovanni Calvino col suo accanimento antipapista…

Queste parole sono scomparse, nessuno le usa più, e ci spiace di tanta morìa non tanto per nostalgia di passato, ma perché dentro ad esse vi si leggono storie concrete del passato o la Storia con la S maiuscola. Ma poi mi convinco subito che non ci si deve dannar l'anima per le parole di qualche isola dialettale morte e stramorte. È molto meglio pensare alla salvezza di quelle della nostra lingua nazionale che stanno scomparendo dalla competenza delle nuove generazioni.

Ho letto con stupore il bell'articolo di Stefano Rizzato apparso su La Stampa due giovedì fa sui fumetti di Topolino. Pare che i giovani lettori non li capiscano completamente. Ci vorrà il pronto soccorso di un «topo-dizionario» per capire verbi spesso usati dal piccolo topo, come «turlupinare», «corroborare», «lucrare», un sostantivo come «darsena», aggettivi come «erudito», «diafano», «esoso», «retrogrado», «intabarrato», tutte belle parole del nostro grande mare comunicativo, rinsecchito e ogni giorno più povero.

Queste parole non le conoscono anche perché non leggono più i nostri romanzi dell'Ottocento, si nutrono piuttosto di traduzioni di classici stranieri tradotti in un linguaggio meno ricercato e ricco. E ci sono tanti altri motivi. Ad esempio, di molte parole è venuto a mancare il supporto che per la mia generazione erano le lingue classiche. Si studiavano a scuola, e ci servivano per guardare dentro ai vocaboli. Il latino iners «incapace di ars, di abilità» ci aiutava a capire l'italiano «inerte».
E riuscivamo a renderci meglio conto delle componenti di un vocabolo, diciamo del senso etimologico della parola. Non c'è dubbio che il tedesco Ausdrück, lo spagnolo expresión, sono esattamente lo «spremere fuori», così come il tedesco Eindrück è l'«impressione». Smontare le componenti aiuta sempre a usare una parola in modo esatto, profondo, e a farla propria, a non dimenticarla.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 12 maggio)

sabato 14 aprile 2012

UN ROMANZO A SETTEMBRE

Addio a Harry Potter
La Rowling per adulti scopre lo humour nero

UN ROMANZO A SETTEMBRE
Addio a Harry Potter
La Rowling per adulti scopre lo humour nero

Il primo romanzo dell'era «post Harry Potter» firmato dalla scrittrice britannica J.K. Rowling (nella foto) sarà un racconto intinto di «humour nero» e ambientato in un'immaginaria cittadina inglese, Pagford. Il titolo «The casual vacancy», «Un posto libero per caso», allude al seggio lasciato vacante dopo la morte di un consigliere municipale della cittadina, evento destinato a suscitare una serie di reazioni a catena: ricchi che si mettono contro poveri, adolescenti contro genitori, mogli contro mariti, insegnanti contro allievi. L'apparente paradiso di Pagford, col procedere delle 408 pagine, si rivela tutt'altro: una città piena di risentimenti e in guerra. Dunque la Rowling, per il suo primo romanzo rivolto agli adulti, ha scelto un'ambientazione completamente diversa da quella di Harry Potter, e ha anche abbandonato la casa editrice Bloomsbury, che l'ha resa milionaria pubblicando i sette libri con le avventure del «maghetto», per approdare alla Little, Brown, (gruppo Hachette) che ne curerà anche il lancio internazionale. L'opera, ha annunciato l'editore, verrà pubblicata in tutto il mondo il 27 settembre come libro, e-book e cd audio. La saga precedente della Rowling, con i suoi 450 milioni di copie vendute, ha rappresentato in assoluto uno dei più grandi successi editoriali.

lunedì 9 aprile 2012


Se l'ebreo errante leggesse gli e-book


"Da bambino, non distinguevo chiaramente tra la mia propria identità e quella che i libri creavano per me. Non distinguevo, cioè, coscientemente tra i ruoli che i libri inventavano per me (Sinbad o Crusoe per esempio) e quelli che mi derivavano da circostanze familiari e o da dotazione genetica. Io ero quel protagonista di cui leggevo e sognavo, mentre il mondo dei libri usciva dalla pagina per inondare la realtà convenzionale e viceversa. Lo spazio era quello che attraversava il magico tappeto di Sinbad e il tempo erano i lunghi anni che Crusoe aveva trascorso in attesa di essere salvato. Più tardi, quando la differenza tra la vita di ogni giorno e le storie notturne si insinuò in me, mi resi conto che, in una certa misura, grazie ai miei libri, mi erano state date le parole che rendevano comprensibile la prima e decifrabili le seconde, offrendo in entrambi i casi una certa consolazione. Può essere che, di tutti gli strumenti che ci siamo inventati per aiutarci lungo il cammino della conoscenza di noi stessi, i libri siano i più utili, i più pratici e i più concreti. Prestando parole alla nostra sbalorditiva esperienza, i libri diventano le bussole che segnano i quattro punti cardinali: mobilità e stanzialità, introspezione e tensione verso l'esterno. L'antica metafora che vede il mondo come un libro che leggiamo e in cui noi stessi siamo letti, semplicemente riconosce questa qualità di guida e di orientamento. In un libro, nessun punto è esclusivamente il nord, infatti, se anche ne scegli uno, gli altri rimangono attivamente presenti. Persino dopo che Ulisse è tornato a casa per trovare pace, Itaca resta un porto di scalo sulle coste di un mare allettante, uno degli innumerevoli volumi della biblioteca universale. Dante, cercando la suprema visione dell'amore che tiene «legato in un volume ciò che per l'universo si squaderna», sente il suo desiderio e la sua volontà virare verso quell'amore «che muove il sole e le altre stelle» («Ma già volgeva il mio disio e il velle, / sì come rota ch'igualmente è mossa, / l'amor che move il sole e l'altre stelle»). È così anche per il lettore che, alla fine, trova la pagina scritta per lui, una parte di quell'enorme, mostruoso volume formato da tutte le biblioteche e che dà un senso all'universo. Ciononostante, quasi tutte le rappresentazioni dell'Ebreo Errante lo mostrano senza libri, impegnato a cercare la salvezza in un mondo di carne e pietra, non in quello delle parole. Questo suona sbagliato. Nella più popolare delle versioni romanzate, il feuilleton ottocentesco di Eugène Sue, il tema centrale è quello del malvagio complotto gesuita per governare il mondo; l'impresa intellettuale del Vagabondo senza tempo non viene esplorata. Nel vagabondaggio di Ahasverus, secondo questo autore, le biblioteche sono principalmente ambienti conviviali in case aristocratiche, mentre i libri o sono trattati bigotti o perversi cataloghi di peccati sotto l'apparenza di manuali gesuiti per la confessione. Ma è difficile credere che un Dio misericordioso condannerebbe qualcunoa restare in una sala d'attesa di dimensioni mondiali senza qualcosa da leggere. Invece, m'immagino Ahasverus al quale sono stati garantiti duemila anni di lettura itinerante; lo immagino visitare le più grandi biblioteche e librerie del mondo, esausto a furia di riempire la sua borsa di libri con tutte le ultime novità uscite durante i suoi viaggi, da Il Milione di Marco Polo al Don Chisciotte di Cervantes, da Il sogno della camera rossa all'Orlando di Virginia Woolf, in cui (come ogni lettore) troverà tracce del proprio curioso destino.
Avvicinandosi ai nostri tempi, per non essere troppo carico, il nostro Vagabondo viaggerà forse con un e-book che periodicamente ricaricherà negli internet caffé. E nella sua testa di lettore, le pagine, stampate e virtuali, si mescolano e si sovrappongono e creano nuove storie dalla quantità colossale di memorie e di letture ricordate solo in parte, moltiplicando a migliaia i suoi libri, e poi ancora ed ancora. Eppure, persino nella Biblioteca Universale, l'Ebreo Errante, come il Lettore Ideale, non potrà mai essere soddisfatto, non potrà mai essere confinato nel perimetro di una sola Itaca, di una sola ricerca, di un solo libro. Per lui, l'orizzonte di ogni pagina deve sempre - per fortuna, diciamo noi - superare la sua comprensione e il suo spirito, così che da ogni ultima pagina nasca sempre una nuova prima pagina. Poiché, come abbiamo detto, ogni libro una volta terminato ci conduce ad un altro che giace in paziente attesa, e ogni rilettura garantisce al libro una nuova vita in forma diversa.
La biblioteca di Ahasverus (che, come tutti i migliori lettori, la porta in gran parte con sé nella propria testa) riecheggia attraverso una galleria di specchi che rimandano commenti e glosse di ogni testo. Ogni biblioteca è una biblioteca fatta di ricordi: in primo luogo perché conserva le esperienze del passato e in secondo luogo perché vive nella testa di ogni lettore. L'Ebreo conosce bene questa pratica." (da Alberto Manguel, Se l'ebreo errante leggesse gli e-book, "La Repubblica", 30/03/'12

lunedì 26 marzo 2012

Tabucchi, il professore travolto dal genio Pessoa

La sua opera prezioso baluardo per difendere i valori delle idee, della democrazia e della libertà. "Sostiene Pereira" divenne il romanzo simbolo del fronte antiberlusconiano negli anni 90

BRUNO VENTAVOLI
Diceva di essere in primis un professore universitario, e che la letteratura fosse piuttosto un'arena di sogni, idee, desiderio. Ma con la sua prosa colta, densa, colma di passione civile, sensibile agli sconfitti e ai dimenticati, ha lasciato un segno robusto nella narrativa italiana contemporanea.

Tutto cominciò alla Sorbona, quando il giovane studente Tabucchi scoprì Pessoa, e fu travolto dal genio portoghese che si sfarinava in molteplici identià. Lo studiò, lo tradusse, lo chiosò fin quasi a diventarne un eteronimo appassionato, dedicandogli varie scritti (da Pessoana mínima a Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa). Così come gran parte delle sue opere, magari ambientate nel passato della dittatura salazarista o in un viaggio in India alla ricerca di un uomo scomparso diventano dolenti anabasi di personaggi in cerca di una propria identità.

Tabucchi ha pubblicato oltre trenta libri. Molto diversi tra loro, per stile e per ambizione, ma percorsi dalla medesima consapevolezze che le parole sono un prezioso baluardo per difendere i valori della libertà, della democrazia, delle idee, della libertà d'informazione. Forse anche per questo, Sostiene Pereira, la sua opera più famosa, diventata film con l'indimenticabile volto di Mastroianni, divenne il libro simbolo del fronte antiberlusconiano negli anni 90.
Tratto da "LA STAMPA" cultura del 25.03.2012.

domenica 25 marzo 2012

La biografia di Salgari raccontata
in un fumetto "d'autore"

La copertina del libro «Sweet Salgari»
STEFANO PRIARONE
I grandi narratori di storie vivono in mondi diversi. Nel mondo «normale» possono avere problemi di debiti, essere sfruttati da editori senza scrupoli, poco considerati dalle compagne. Ma nei mondi che creano, tutto è differente: ci sono eroici corsari, intrepidi pirati malesi che lottano contro il potere coloniale inglese, arditi avventurieri indiani. È il caso di Emilio Salgari, il grande scrittore avventuroso italiano (generazioni di giovani sono cresciuti leggendo i suoi libri), nato nel veronese e morto suicida a Torino, il 25 aprile 1911, pieno di debiti e vessato, appunto, dagli editori (doveva scrivere tre pagine al giorno, tutti i giorni, per contratto).

Sweet Salgari (Coconino Press, 156 pagine 17,50 euro), bellissimo graphic novel di Paolo Bacilieri è qualcosa di più di una biografia a fumetti del più grande narratore avventuroso italiano. È un omaggio alla capacità di sognare, anche se la realtà è difficile. Bacilieri utilizza pagine salgariane come didascalie di immagini dei luoghi nei quali Salgari è vissuto (Torino, Verona, Genova): il Po ad esempio diventa il Gange, Piazza San Carlo una ricca regione indiana, gli slums torinesi gli isolotti noti come sunderbunds.

Vediamo Salgari al museo Egizio (nato solo nel 1824 ma arricchitosi di moltissimi reperti pochi anni prima a fine Ottocento) mentre contempla la mummia della regina Hatshepshut.

Compare anche la «Stampa»: nel 1908 la moglie gli cita un articolo del giornale su Rudyard Kipling che ha appena vinto il Nobel per la Letteratura dicendogli: «Ha la tua età, ti somiglia pure, ma è cento volte meglio di te! Lui l’India l’ha vista veramente, ci è nato, addirittura!», rimarca il fatto che il marito non sia stato un vero viaggiatore, che abbia descritto posti esotici basandosi solo sui libri.

Alla morte, i ragazzi di Torino che hanno gli stessi cognomi di «Cuore», in una citazione del classico di Edmondo De Amicis, altro libro che ha fatto gli italiani come quelli di Salgari, «marinano» (come si diceva allora) per rendere l’estremo omaggio alla salma di un narratore che li ha fatti sognare. Si sprecano le donazioni fatte alla famiglia, come capita spesso chi è dimenticato in vita diventa un (innocuo) simbolo da morto. E il dramma di Salgari è quello di un Paese che non ama i suo veri Grandi, invidioso del talento e del genio.

Autore che spazia agevolmente fra fumetto cosiddetto «seriale» e cosiddetto «d’autore» (mostrando l’artificiosità di certe definizioni) Bacilieri dedica il volume a Sergio Bonelli, il grande editore-sceneggiatore di fumetti scomparso lo scorso anno. E non solo per omaggiare un personaggio eccezionale, ma anche perché il fumetto seriale italiano è stato fortemente influenzato da Salgari: salgariani erano Sergio Bonelli e il padre Gianluigi (creatore di Tex) e lo stesso Sergio non solo aveva fatto affrontare da Zagor (suo celebre personaggio) i feroci Thugs ma in una storia di Tex da lui scritta aveva messo il ranger a confronto con il nipote di Lord Brooke, il rajah bianco di Sarawak acerrimo nemico di Sandokan.

Del resto, i nati fino agli anni Sessanta sono tutti cresciuti leggendo i suoi libri (e i nati nei Settanta hanno almeno visto in televisione le repliche del Sandokan con Kabir Bedi e il suo deplorevole sequel negli anni Novanta). Salgari è la testimonianza che un’altra letteratura italiana è possibile, lontana dal dramma borghese che tanto piace a certi critici.
Tratto da LA STAMPA DEL 25.03.2012

giovedì 8 marzo 2012

L'EDITORE DI TIN TIN CAMBIA PADRONE?

ALBERTO MATTIOLI
corrispondente da parigi
Michel Houellebecq, Hergé e Pierre Dukan: un romanziere, il disegnatore di Tin Tin e un dietologo. Sono tre degli autori di maggior successo della casa editrice Flammarion, messa in vendita dal gruppo italiano Rcs. Si aprirà quindi a Parigi una vera battaglia editorial-economica. Candidato numero uno a vincerla, Antoine Gallimard, Pdg (Président-Directeur général) dell’omonimo gruppo e nipote del fondatore, che potrebbe festeggiare il centenario della maison familiare acquistando la storica grande rivale: come se in Italia la Mondadori comprasse la Rizzoli, o viceversa.

Da place de l’Odéon, dal 1876 sede della Flammarion (il fondatore, Ernest Flammarion, debuttò vendendo libri sotto i portici del teatro) una fonte molto ben informata frena: le date e le cifre dell’operazione che circolano sui media sono ancora tutte da confermare. Di certo c’è solo che il 16 marzo si riunirà il Consiglio d’Amministrazione di Rcs MediaGroup. Di fronte a una situazione non brillante (938 milioni di debito a fine 2011, perdita di 25,5 milioni nei primi nove mesi dell’anno scorso), Rcs potrebbe decidere di disfarsi del 77% di Flammarion, acquistato nel 2000 dai discendenti del fondatore.

Il gruppo fa gola a molti. Secondo Le Figaro , «è una delle maison meglio gestite dell’editoria francese», con un giro d’affari di 220 milioni di euro (nel 2010) e marchi prestigiosi come Arthaud, Père Castor, specializzato in libri per ragazzi, Aubier, Casterman, l’editore di Tin Tin, o J’ai lu. Ogni anno circa 1.400 novità si aggiungono a un catalogo di 27 mila titoli e vengono venduti 36 milioni di libri. Gli specialisti valutano il valore del gruppo fra i 220 e i 250 milioni ma, in un’intervista a Prima comunicazione , l’amministratore delegato di Rcs Libri, Alessandro Bompieri, pur senza confermare la decisione di vendere, ha parlato di una cifra di 300 milioni, circa il doppio di quanto Rizzoli pagò Flammarion. Fra i due gruppi i rapporti sono antichi e consolidati: simbolo, la celebre collana «I classici dell’arte», lanciata nel ‘68 e co-edita dalle due parti delle Alpi.

Adesso i potenziali acquirenti europei preparano le loro strategie. In corsa ce ne sarebbero sei, fra cui alcuni fondi pensione, Editis (di proprietà degli spagnoli Planeta) e un paio di editori non francesi (ma sicuramente non Mondadori). Però a Parigi si parla molto dell’interessamento di Gallimard, che si sarebbe già assicurato il sostegno dell’Fsi, il potente Fond stratégique d’investissement pubblico e forse anche l’alleanza con un altro pretendente, l’editore Eyrolles. Per questo Antoine Gallimard, nonostante la sua ben nota prudenza, ha già confermato all’Afp la sua volontà di farsi avanti: «Flammarion è una bella opportunità per noi. Sono ufficialmente candidato all’acquisto e confermo che depositeremo un’offerta a Mediobanca», che Rcs dovrebbe incaricare della vendita. «Per il momento - spiega Gallimard - sono delle offerte non impegnative. Rcs le esaminerà e farà una selezione».

Gallimard ha già annunciato che manterrà l’autonomia delle due strutture e in particolare delle loro reti di distribuzione. Vista da Parigi, la sua offerta ha altri due vantaggi: intanto riportebbe la proprietà di Flammarion in Francia e poi viene da un altro editore. L’idea di diventare proprietà di un fondo d’investimento non sorride certo a chi lavora in Flammarion, una casa editrice «pura». Ernest fece fortuna con autori come Zola e Maupassant, ma il suo grande bestseller di fine Ottocento fu Astronomie populaire , un manuale divulgativo sull’astronomia di suo fratello Camille. L’attuale direttrice della maison è un’italiana, benché nata ad Alessandria d’Egitto e di carriera tutta parigina, Teresa Cremisi, autrice della «buona gestione» sopra ricordata. Ma Cremisi è anche l’ennesimo indizio che fa pensare che Gallimard parta favorito: lavorò lì dal 1989 al 2005, cominciando come lessicografa e finendo come condirettrice (tutto iniziò, si racconta, dall’incontro con Antoine durante una serata danzante al Salone del libro di Francoforte). Quando, dopo sedici anni e due premi Goncourt, Cremisi lasciò improvvisamente Gallimard per approdare a Flammarion, il mondo dell’editoria francese rimase di stucco. Ma capita anche che i divorzi sfocino in un secondo matrimonio.

martedì 28 febbraio 2012

MARX E' MORTO MA BRECHT SI SENTE PIUTTOSTO BENE

Bertolt Brecht (Augusta, 1898- Berlino, 1956) in una foto del 1947
 

Grande revival. Nell'era dello spread e degli indignados mette in scena l'utopia di un mondo trasformabile

LUIGI FORTE
Bertolt Brecht è tornato di moda. Riappaiono sulla scena italiana dopo molti anni testi come La resistibile ascesa di Arturo Ui , interpretato da Umberto Orsini con la regia di Claudio Longhi, e Santa Giovanna dei macelli che Luca Ronconi presenta al Piccolo di Milano. Ma ci sono anche novità assolute come il dramma incompiuto La rovina dell’egoista Johann Fatzer , messo in scena a Torino da Fabrizio Arcuri nell’ambito di un’originale collaborazione, sostenuta dal locale Goethe-Institut fra Teatro Stabile e Volksbühne di Berlino. Un progetto che ha dato vita, tra l’altro, a una mostra fotografica e a un convegno internazionale sullo stesso Fatzer , mentre a Roma altri studiosi si cimentavano su Brecht e i media.

Non è facile racchiudere in una formula questo revival brechtiano. Ma è certo che, tramontata l’ideologia, si riesce ora a cogliere nel suo teatro il fascino rigeneratore della dialettica, la rappresentazione di un mondo trasformabile. Quello che oggi molti, soprattutto giovani senza speranza e futuro, reclamano a gran voce, di fronte a laceranti e insanabili contraddizioni. Soggetti che il drammaturgo avrebbe accolto con entusiasmo come spettatori consapevoli e attivi di quei drammi didattici scritti verso la fine degli anni Venti, che rispecchiavano non solo la crisi del teatro nel mondo della Grande Depressione, ma ancor prima quella di un’intera società in cui affiorava, sui campi di battaglia come nelle adunate di massa, l’eclissi dell’individuo. È il destino del soggetto Fatzer che diserta con altri tre compagni, abbandona la follia della prima guerra mondiale per trovarsi catapultato tra insolubili interrogativi: come conciliare, ad esempio, radicalismo e anarchia con il progetto di una nuova e più umana società, sensibile alle differenze e tensioni di classe, nemica dell’ingiustizia e della repressione.

A dominare la scena resta il grande tema del capitalismo che attraversa tutta l’opera di Brecht. Alle sue varie fasi cicliche si ispira la struttura della Santa Giovanna : dalla prosperità alla superproduzione, dalla crisi alla stagnazione. Mancano solo spread e bond e sembra di essere ormai nelle tempeste economico-finanziarie del nostro presente, su un orizzonte vuoto e senza prospettive, «in un’epoca [ma, attenzione, sono parole di Brecht!] in cui il sistema sociale dominante regola per grandissime masse popolari l’accesso al lavoro e al pane». La protagonista Giovanna Dark, missionaria dell’Esercito della Salvezza, vorrebbe eliminare nella Chicago del 1929 la miseria e la disoccupazione e riportare Dio in un mondo sempre più simile a un macello. Ma la lotta dell’«anima bella» contro il magnate della carne in scatola Pierpont Mauler non ha speranze: la bontà individuale si dimostra inutile, quando non dannosa, in una realtà dominata da un rapace sistema economico. La satira dell’idealismo è feroce e ci riporta ai toni duri dello scontro fra capitale e lavoro, profitti e miseria dei nostri tempi. Ronconi, alla sua prima messinscena brechtiana, è attratto soprattutto dallo spirito caustico e dalla vena cinica che pervade il testo, dal suo tono disincantato. Ma l’uso che egli fa della tecnica cinematografica per rappresentare grandi masse di proletari sarebbe piaciuta al drammaturgo e al suo amico regista Erwin Piscator, che con proiezione di filmati dilatava in chiave didattica l’evento scenico a grande spazio storico.

Chicago e l’America sono i luoghi metaforici di un capitalismo che altrove, come nella Germania weimariana, in un periodo di grandi squilibri politici, generano mostri sull’onda di populismo e razzismo. Brecht voleva spiegare agli americani il fenomeno Hitler e lo rivestì con i panni del gangsterismo d’oltreoceano. La resistibile ascesa di Arturo Ui , scritto dal drammaturgo nell’esilio finlandese all’inizio del 1941, poco prima di raggiungere gli Stati Uniti, descrive la parabola di un piccolo boss che grazie al crimine, all’appoggio politico, alla corruzione diventa un pezzo grosso, un big shot , come si diceva allora di Al Capone che è qui il diretto riferimento. Nella messinscena del testo Claudio Longhi ha iniettato una buona dose di elettrizzante kermesse, ha avvolto la violenza, non senza intuito didattico, nell’atmosfera del cabaret di cui Brecht s’era nutrito in abbondanza. Lui sarebbe il primo ad applaudire perché qui lo spettatore si appassiona e non finisce di interrogarsi.

Pizzo, commercio di voti, manipolazione di fatti e prove, eliminazione di testimoni, estorsioni e omicidi, colpevoli silenzi: dove siamo, a Chicago negli anni della Grande Crisi o nel nostro terribile presente? Impossibile non leggere in trasparenza i molti mali della nostra stessa società così come non scorgere nell’asociale Fatzer un soggetto insofferente a tutto ciò che soffoca il dissenso e produce violenza. Proprio questo testo frammentario rappresenta il momento più radicale nella drammaturgia di Brecht e un modello di riflessione per il nostro stesso presente. Esso rispecchia le contraddizioni sociali di cui è pieno il mondo che ora più che mai risuonano attraverso le voci dei tanti indignados, dei milioni di disoccupati e di giovani derubati anche dei loro sogni. Brecht sale di nuovo sul palco per annunciare l’utopia d’un mondo mutabile in cui tutti sono attori, pronti a rivestire un ruolo e ad abbandonarlo, se necessario, nel costante confronto democratico.
Tratto da "La Stampa" del 28.02.2012.